Da anni si assiste alla lunga processione alimentata da illustri economisti e commentatori che intendono partecipare al “funerale” del dollaro pronosticandone la fine come valuta di riferimento globale.
Tuttavia il sottoscritto ha una memoria di lunga data e ricorda che questo tema non è recente.

Già verso la fine degli anni ‘70 (e ancora più negli anni ‘80) la travolgente ascesa dell’economia giapponese alimentava questo dibattito.
Si arrivò a pronosticare il sorpasso sull’economia americana e lo Yen come valuta di riferimento globale. L’economia americana, afflitta da un’alta inflazione, pareva non reggere il passo del rapporto qualità-prezzo; i prodotti giapponesi invadevano i mercati e il Made in Japan trionfava in tutti i settori.
La crisi delle tigri asiatiche nel ‘97 mise in ginocchio il sistema economico finanziario giapponese che da allora non si è ancora ripreso del tutto.

Questo sommario excursus è per ricordare che da tempo si parla del declino del dollaro anche se i dati dimostrano poi il contrario.

Infatti dalla crisi del 2008 ad oggi il cambio effettivo reale del dollaro si è apprezzato mediamente del 40% ed in questi anni ha rappresentato un rifugio sicuro per gli investitori.

Certo non si può ignorare l’ascesa della Cina, la cui moneta è sempre più usata negli scambi commerciali con alcuni Paesi, sia per la dimensione della economia che per il suo tentativo di assumere un ruolo non solo economico ma anche geopolitico in antitesi agli Stati Uniti.

Non si può altresì ignorare come l’asse economico atlantico fino ad ora predominante si stia spostando verso l’Indo-pacifico, causando anche gravi tensioni non solo economiche.

La trattazione di questi temi richiederebbe ulteriori approfondimenti ma crediamo di poter dire ragionevolmente che stiamo attraversando una congiuntura epocale nella quale si stanno delineando nuovi equilibri e rapporti di forza internazionali e di questo le monete nazionali non possono non risentirne.
Non è casuale che l’allocazione media delle riserve a lungo termine (10 all’anno) nella valuta cinese sia scesa nel 2022 dal 5,8% al 5,2%.

Certo i BRICS non possono essere sottovalutati, si possono aprire scenari impensabili fino a 20 anni fa ma l’attuazione di una moneta unica è molto complessa data l’eterogeneità dei partecipanti e questo, al di là di roboanti dichiarazioni, mina per ora la credibilità a breve di un tale processo.

In una visione di breve periodo che è più aderente alla nostra professione di traders riteniamo che il dollaro, almeno fino a fine anno, rimarrà generalmente sostenuto.
Certo, correzioni sono possibili, ma rimane un Buy The Dips ossia comprare il dollaro se questo scende.
Ad esempio, EUR/USD a 1.0770/80 può essere un buon sell per l’euro contro dollaro per un trading di breve periodo.

In un prossimo articolo esamineremo più tecnicamente questo cambio ed altre coppie.

Importante sottolineare che quanto scritto non costituisce alcuna sollecitazione all’investimento.