Ieri alle 14:30, ora italiana, sono stati diffusi i dati sull’inflazione Americana che hanno confermato le aspettative degli analisti, ossia un’ulteriore diminuzione.

Dal picco di giugno dello scorso anno, quando toccò il 9%, il maggiore degli ultimi 40 anni, si è scesi al 3%.
Il dato è molto espressivo perché premia la politica della FED che ha avviato da marzo 2022 un’aggressiva stretta monetaria fatta di aumenti mensili dei tassi volta a contenere la galoppante inflazione.

Ad oggi il tasso di interesse è 5.25% ma la corsa al rialzo non sembra fermarsi. Powell ha dichiarato in più di un’occasione che ci saranno altri due aumenti da 0.25, ciascuno a partire già dal mese in corso.

È importante rilevare che questa radicale politica di contenimento dell’inflazione non ha prodotto il rallentamento dell’economia; anzi, l’occupazione è ai massimi storici, i consumi sono sostenuti così come gli investimenti; perfino il mercato immobiliare non pare aver sofferto più di tanto.

In sintesi, tutti gli indicatori economici non evidenziano certo una recessione ma tanto meno il soft landing previsto come risultato del raffreddamento della crescita, conseguenza dell’alto costo del denaro.

Anche la BCE sta perseguendo la stessa politica con determinazione ma la differenza rispetto agli Stati Uniti è che in Europa l’inflazione non sta diminuendo e nel contempo aleggia lo spettro della recessione, ponendo le autorità monetarie di fronte ad un dilemma: continuare ad aumentare i tassi anche a costo di consolidare una recessione ormai in atto? Oppure frenare a beneficio di un’auspicata ripresa economica?Lagarde ha riaffermato che la BCE ha come obiettivo istituzionale e primario la stabilità dei prezzi e quindi continuerà la lotta all’inflazione applicando la stretta monetaria fino al conseguimento del canonico 2%.

L’effetto sul mercato valutario non si è fatto attendere, cioè un generale deprezzamento del dollaro contro tutte le valute. Si ritiene che la fase di aumento dei tassi sia ormai esaurita, mentre continua aggressivamente per euro, sterlina, dollaro canadese e valute dell’Oceania, rendendo prospetticamente più conveniente investire dove la remunerazione potrebbe essere più alta.

Vedremo se questa tendenza che l’analisi tecnica sta indicando come livelli di ipercomprato (vendita di dollari contro altre valute) si manterrà nei prossimi giorni confermando il trend oppure se assisteremo a delle inversioni con recupero della quotazione del dollaro.