Mercoledì scorso la FED ha aumentato di 25 basic points (0,25%) il tasso di riferimento che ora oscilla fra 5.25 e 5.50. Era stato previsto ma erano molto attese le dichiarazioni di Powell dopo la pausa del mese sorso che aveva lasciato a sorpresa i tassi invariati.

Il Presidente ha rilevato che l’attuale politica monetaria sta producendo l’effetto previsto, ossia la graduale diminuzione della inflazione ma che si è ancora lontani dal 2% che rimane l’obiettivo da perseguire. Ha anche rilevato che l’economia nel suo complesso ha un andamento positivo e che la domanda di lavoro è inferiore all’offerta. Quindi si presenta una graduale e costante flessione dell’inflazione, coniugata da una buona condizione economica generale.

Il dollaro ha avuto una prima reazione negativa: Powell ha lasciato intendere che la curva dei tassi dipenderà dal loro impatto sull’inflazione e sull’economia, generando l’aspettativa che a settembre potrebbero rimanere invariati.
Tuttavia il giorno dopo la quotazione del biglietto verde è risalita, soprattutto contro l’euro dando il segnale di un cambiamento del paradigma delle correlazioni fra curva dei tassi, inflazione e andamento delle condizioni economiche.

Negli ultimi due anni i rapporti di cambio fra le varie valute sono stati determinati principalmente dalle politiche monetarie ed in subordine dai fondamentali economici. Ora che il rally del rialzo dei tassi pare rallentare, le attenzioni si spostano sulla salute delle economie e quella Americana è in buona salute rispetto alle altre.

Interessante il paragone con la BCE che giovedì scorso ha anche lei aumentato dello 0.25% come da consensus arrivando al 4.25%. Madame Lagarde ha cambiato però il tono nelle sue dichiarazioni allineandosi alla postura della FED, ossia lotta all’inflazione ma anche attenzione ai dati macro economici lasciando intendere fra le righe che se ancora negativi potrebbero determinare un allentamento della stretta monetaria.

Appare evidente il disallineamento tra USA ed EU dove soprattutto nell’ultimo mese i dati macro sono usciti complessivamente in netto peggioramento; preoccupa fra tutti la Germania ormai in recessione tecnica e con gli indici manifatturieri (manufacturing PMI) ai minimi degli ultimi 3 anni.
Stessa cosa per la Francia ed in tutta la zona euro che soffre contrazione netta nella produzione industriale a causa della bassa domanda interna e della diminuzione delle esportazioni. In leggera contro tendenza l’Italia ma con la Germania in crisi, principale mercato dei nostri prodotti, anche il nostro orizzonte appare fosco.

Quindi, di fronte ad una politica monetaria potenzialmente meno restrittiva e ad una contingenza delicata, gli investitori giovedì hanno cambiato atteggiamento sull’euro che è sceso contro dollaro di 200 pips fino a 1.0950 con significativa rottura del supporto 1.1020. Venerdì scorso abbiamo assistito ad un modesto recupero ad 1.1016 ma con significativa chiusura weekly al di sotto della media mobile a 200 periodi sia semplice che esponenziale. È forse presto per dire se il trend euro è cambiato in downtrend, però il sentiment è più incerto rispetto alle ultime settimane; utili saranno i dati COT per capire come si stanno posizionando gli istituzionali in una situazione così incerta e dinamica.

Un accenno alla Bank of Japan che nella sua riunione di venerdì ha lasciato intravedere dopo decenni di QE un leggero inizio di restrizione monetaria. Ricordiamo che il Giappone se non è il primo è sicuramente il secondo esportatore di capitali al mondo. Se i rendimenti sui loro titoli di stato iniziassero a salire potremmo assistere ad un massiccio rimpatrio di capitali con effetti molto significativi sulla quotazione dello yen ma soprattutto dei titoli a reddito fisso non giapponesi. Il mercato dei Bond potrebbe soffrirne.

È una situazione delicata che va seguita con molta attenzione e sulla quale faremo analisi più approfondite.